Il Forte di Gavi

Il Forte di Gavi
tra storia e leggenda

Le vicende di cui il Forte è stato testimone hanno inizio nella preistoria, ne è prova il ritrovamento di un’ascia in ossidiana del periodo neolitico.
Nel II sec. a.C. le cronache riferiscono di lotte tra  i Romani e i bellicosi Liguri, da quelli poi conquistati.
Il primo documento in cui viene citato un locus Gavii è un’investitura del 973, anno in cui ha inizio una lunga e avvincente storia, che per secoli ha visto questo presidio come teatro di scontri e commerci in cui il segno più marcato è stato lasciato dal dominio genovese.
Gavi sarà feudo del marchesato Obertengo (XI-XII sec.), possedimento imperiale di Federico Barbarossa (fine XII sec.), dominio genovese (XIII-XIV sec.) e a seguire milanese (XIV-XV), proprietà del capitano di ventura Facino Cane, nuovamente genovese (dal XVI al XVIII sec.) quindi ancora possesso imperiale ma questa volta sotto il vessillo napoleonico sino all’acquisizione al regno sabaudo nel 1815.
La storia del Forte, divenuto monumento nazionale nel 1908, prosegue ancora per più di un secolo come reclusorio civile e militare sino al 1946 quando viene dato in consegna alla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte.
Alla storia ufficiale, quella con la esse maiuscola, si affianca quella tramandata di gaviese in gaviese, la storia della buonanotte di intere generazioni.
E qui la protagonista è Gavia, principessa coraggiosa e determinata, che per amore fugge dal padre — il re merovingio Clodomiro — e da un matrimonio di stato, per trovare la sua strada con l'uomo che amava.
Sfuggendo alle truppe del re, oltrepassate le Alpi, risalendo la costa mediterranea, trova rifugio in un piccolo borgo, sulle rive del Lemme. Il castello, che sormonta il borgo è vuoto e presto diventa la sua dimora. Gavia si lega da subito agli abitanti, che ricambiano l'affetto verso questa principessa venuta da lontano. L'idillio però dura poco e viene ritrovata da Clodomiro. Gli abitanti difendono la principessa e la regina dei Goti, Amalasunta, intercede presso lo stesso re, che rinuncia a farla tornare a casa Sarà la stessa Amalasunta a concedere il castello e il suo territorio alla principessa cortese.
Si narra che il suo corpo giaccia all'ingresso dell'Alto Forte, sotto la roccia dove ora sono incisi gli stemmi di Genova, così che il cuore della fortezza custodisca il cuore stesso della principessa.

 

973

 
Primo documento 
in cui si nomina
il Castello di Gavi

973

1033

 
Marchesato Obertengo
di Gavi
 

1176

 
Il Barbarossa
al Forte
 

1176

1202

 
  Dominio
  Genovese
 

1348


Dominio 
Milanese 

1348

1409

 Facino Cane
 Capitano di ventura
 

1528

 
Dominio
Genovese

1528

1746

 
Assedio
Austriaco
 

1805

 
Napoleone
Bonaparte
 

1805

1942

 Il Forte è prigione
 per gli ufficiali alleati

1946

 
Il Forte viene dato
in consegna alla Soprintendenza

1946

Qualche notizia in più sulla storia del Forte di Gavi
Dell'antico Castello medievale, rimaneggiato dai genovesi e dai milanesi, e poi gravemente danneggiato durante l'assedio del 1625, abbiamo pochissime testimonianze. Il castellum Gavii nominato in un documento del 973 era probabilmente una fortificazione rupestre, del tipo del Castello della Pietra in Val Vobbia: rocce in posizione elevata e inaccessibile, resa inespugnabile dalla realizzazione di palizzate in legno che divennero poi mura in pietra.
Solo all'inizio del XVII secolo, poco prima della sua trasformazione nell'attuale Forte, il Castello è meglio documentato: a ovest, il bastione dello Sperone; a sud, verso Gavi, la torre del Maschio o del Barbarossa (tuttora conservata), a est il bastione di San Marco, detto poi di Sant'Antonio, a nord la cosiddetta Rondella, che è stata ritrovata all'interno del bastione di San Bernardo e che potrebbe essere l'unica fortificazione opera di Pietro da Bregia, progettista della Cattedrale di Como, ingegnere militare di Filippo Maria Visconti, da lui inviato a Gavi da febbraio a marzo del 1444.
L'anno Mille si apre con il dominio degli Obertenghi.
Il primo marchese di Gavi a essere citato è Adalberto e i marchesi sfruttano la posizione strategica di Gavi per imporre il pagamento di onerosi pedaggi per il transito di uomini e merci. Nel 1176, dopo la sconfitta della battaglia di Legnano, qui trova ospitalità l'imperatore Federico I di Svevia, detto il Barbarossa, che vi trasferisce per otto mesi la moglie, l'imperatrice Beatrice di Borgogna, con i suoi due figli e il seguito, in quella che oggi è la torre dell'antico Maschio nell'Alto Forte. Nel 1191 Enrico VI, erede del Barbarossa, con diploma imperiale, dona il castello e il borgo in feudo alla Repubblica di Genova in cambio di aiuti militari in Sicilia.
L'espansione dell'influenza genovese sulle terre dell'Oltregiogo — al di là degli Appennini — si formalizza ufficialmente nel 1202 con l'acquisizione di Gavi.
Per due secoli, sino al 1418, Genova esercita il suo controllo sul castello e sui territori annessi con effetti benefici su economia e sicurezza delle strade, sino all'arrivo dei Visconti e degli Sforza che riescono ad acquisirne e mantenerne il controllo sino alla prima metà del XVI sec.
A questi si intrecciano gli alessandrini e, fallito un tentativo militare da parte genovese di riconquistare Gavi, la Repubblica ligure ne tratta l'acquisto con la famiglia Guasco a cui vengono pagati mille luoghi, ovvero titoli del debito pubblico (1528).
Il rapporto dei commissari genovesi sullo stato del castello non è incoraggiante:

«il luogo de Gavi è molto sbarbato, et il castello molto meno forte de quello sipersuademo, e veramente pensavamo tutto il contrario».

Per questa ragione nel 1540 viene incaricato il capitano e ingegnere militare Giovanni Maria Olgiati — impegnato nella riparazione anche di altre fortificazioni di Genova e di Savona — di realizzare un primo intervento di potenziamento del presidio, con  l'allargamento del bastione a sud ovest detto dello Stendardo e una serie di operazioni di manutenzione alle cortine.
Il lungo periodo che va dal 1348 al 1528 è per il Forte piuttosto turbolento e si assiste spesso a cambi di bandiera. I primi ad occuparlo sono i Visconti, signori di Milano, con Luchino, che dopo essere entrati in possesso della vicina Tortona, cercano di espandersi verso il genovesato, partendo da Gavi. La loro è tuttavia una presenza discontinua, dal momento che Genova non intende rinunciarvi. La prima signoria dei Visconti dura solo 10 anni, dal 1348 al 1358.
Dopo la parentesi del capitano di ventura Facino Cane (1409) che acquista e rivende il forte, la seconda dominazione milanese dura quasi vent'anni, dal 1418 al 1436. Dal 1436 a Gavi si insedia la famiglia dei Campofregoso, prima alleata di Milano, poi di Genova, poi ancora di Milano.
È governata dai Campofregoso, prima alleati di Milano, poi di Genova, poi ancora di Milano. Nel 1468 seguono gli alessandrini Guasco, per conto degli Sforza. Nel 1528 Antonio Guasco cede definitivamente il territorio e il castello alla Repubblica di Genova, che li manterrà sino al 1799.
Il 1625 segna un anno di svolta per Gavi. I Savoia con l'appoggio francese muovono guerra contro Genova e il castello si trova a dover fronteggiare l'esercito del duca Carlo Emanuele I, affiancato da un cospicuo contingente francese.
I cannoni e le bombarde che lo assediano ne mettono in evidenza tutte le debolezze, infliggendo danni gravissimi alla struttura, tanto che il governatore genovese Alessandro Giustiniani deve arrendersi, seppur con l'inganno, al nemico.
La riconquista non tarda ad arrivare e così Genova, tornata in possesso del castello, decide di intraprendere una profonda riplasmazione e ne affida il progetto (1625-1629) al più affermato architetto militare dell'epoca, il frate domenicano Vincenzo da  Fiorenzuola (al secolo Gaspare Maculano), noto anche per essere stato uno degli inquisitori del processo a Galileo Galilei, che così scrive:

«et questo si potrà avere abbassando il vecchio con allargare le fronti verso le parti di San Gotardo et Monte Moro con le dovute difese, in modo che lo scoglio serva in buona parte per muro».
Dopo l'ammodernamento e le opere settecentesche progettate dal Primo Ingegnere delle Fortificazioni Giovan Pietro Morettini, il Forte di Gavi sostiene solamente due grandi assedi.
Il primo, durante l'ultima fase della guerra di successione austriaca (1746), quando viene assalito dalle truppe austriache e dopo una resistenza di dieci giorni si arrende per ordine di Genova, già capitolata.
Più lungo, e altrettanto infruttuoso, l'assedio condotto ancora dagli austriaci contro i francesi dall'autunno del 1799 al giugno del 1800, quando Napoleone Bonaparte, con la vittoria di Marengo, sconfigge l'Austria e riesce a liberare la guarnigione francese asserragliata per mesi nel Forte: forse per questo, cinque anni dopo, nel suo viaggio tra Milano e Genova, si ferma a Gavi soggiornando nell'attuale Palazzo Serra.
Nel 1815, con il congresso di Vienna, la Repubblica di Genova entra a far parte del regno di Sardegna, e così anche il Forte viene assegnato ai Savoia, perdendo il suo ruolo strategico, considerato che i nuovi fronti di guerra sono ormai orientati verso il fiume Ticino.
La fortezza viene stata trasformata nel Campo di prigionia N° 5 dell’esercito italiano, dedicato in particolare agli ufficiali britannici catturati in Nordafrica dal italo-tedesco agli ordini di Rommel.
Il Forte era considerato fra i campi più sicuri in assoluto, per questo vi furono rinchiusi prigionieri che avevano già tentato la fuga da altri campi di prigionia.
Tuttavia un solo soldato compie l'impresa impossibile e, alle 23 del 21 aprile 1943, il maggiore Jack Pringle — come racconta egli stesso nel libro Colditz last stop — riesce ad evedere.
Il maggiore si rende immediatamente conto di quanto il Forte non fosse un campo di prigionia come gli altri:
«Presto, ci è parso evidente che non c’era speranza di fuga. Era come se fossimo dentro una scatola di pietra. Non era paragonabile con Colditz (in Sassonia) dove fui ospite più tardi. Colditz era un castello con una architettura molto complicata che si prestava a piani ingegnosi per la fuga. Gavi, no».

Ed è proprio per l’impossibilità di fuggire più che per le condizioni di vita che il Forte, durante quel periodo, viene definito Hell Camp (Campo Inferno).
Dell'antico Castello medievale, rimaneggiato dai genovesi e dai milanesi, e poi gravemente danneggiato durante l'assedio del 1625, abbiamo pochissime testimonianze. Il castellum Gavii nominato in un documento del 973 era probabilmente una fortificazione rupestre, del tipo del Castello della Pietra in Val Vobbia: rocce in posizione elevata e inaccessibile, resa inespugnabile dalla realizzazione di palizzate in legno che divennero poi mura in pietra.
Solo all'inizio del XVII secolo, poco prima della sua trasformazione nell'attuale Forte, il Castello è meglio documentato: a ovest, il bastione dello Sperone; a sud, verso Gavi, la torre del Maschio o del Barbarossa (tuttora conservata), a est il bastione di San Marco, detto poi di Sant'Antonio, a nord la cosiddetta Rondella, che è stata ritrovata all'interno del bastione di San Bernardo e che potrebbe essere l'unica fortificazione opera di Pietro da Bregia, progettista della Cattedrale di Como, ingegnere militare di Filippo Maria Visconti, da lui inviato a Gavi da febbraio a marzo del 1444.
L'anno Mille si apre con il dominio degli Obertenghi.
Il primo marchese di Gavi a essere citato è Adalberto e i marchesi sfruttano la posizione strategica di Gavi per imporre il pagamento di onerosi pedaggi per il transito di uomini e merci. Nel 1176, dopo la sconfitta della battaglia di Legnano, qui trova ospitalità l'imperatore Federico I di Svevia, detto il Barbarossa, che vi trasferisce per otto mesi la moglie, l'imperatrice Beatrice di Borgogna, con i suoi due figli e il seguito, in quella che oggi è la torre dell'antico Maschio nell'Alto Forte. Nel 1191 Enrico VI, erede del Barbarossa, con diploma imperiale, dona il castello e il borgo in feudo alla Repubblica di Genova in cambio di aiuti militari in Sicilia.
L'espansione dell'influenza genovese sulle terre dell'Oltregiogo — al di là degli Appennini — si formalizza ufficialmente nel 1202 con l'acquisizione di Gavi.
Per due secoli, sino al 1418, Genova esercita il suo controllo sul castello e sui territori annessi con effetti benefici su economia e sicurezza delle strade, sino all'arrivo dei Visconti e degli Sforza che riescono ad acquisirne e mantenerne il controllo sino alla prima metà del XVI sec.
A questi si intrecciano gli alessandrini e, fallito un tentativo militare da parte genovese di riconquistare Gavi, la Repubblica ligure ne tratta l'acquisto con la famiglia Guasco a cui vengono pagati mille luoghi, ovvero titoli del debito pubblico (1528).
Il rapporto dei commissari genovesi sullo stato del castello non è incoraggiante:

«il luogo de Gavi è molto sbarbato, et il castello molto meno forte de quello sipersuademo, e veramente pensavamo tutto il contrario».

Per questa ragione nel 1540 viene incaricato il capitano e ingegnere militare Giovanni Maria Olgiati — impegnato nella riparazione anche di altre fortificazioni di Genova e di Savona — di realizzare un primo intervento di potenziamento del presidio, con  l'allargamento del bastione a sud ovest detto dello Stendardo e una serie di operazioni di manutenzione alle cortine.
Il lungo periodo che va dal 1348 al 1528 è per il Forte piuttosto turbolento e si assiste spesso a cambi di bandiera. I primi ad occuparlo sono i Visconti, signori di Milano, con Luchino, che dopo essere entrati in possesso della vicina Tortona, cercano di espandersi verso il genovesato, partendo da Gavi. La loro è tuttavia una presenza discontinua, dal momento che Genova non intende rinunciarvi. La prima signoria dei Visconti dura solo 10 anni, dal 1348 al 1358.
Dopo la parentesi del capitano di ventura Facino Cane (1409) che acquista e rivende il forte, la seconda dominazione milanese dura quasi vent'anni, dal 1418 al 1436. Dal 1436 a Gavi si insedia la famiglia dei Campofregoso, prima alleata di Milano, poi di Genova, poi ancora di Milano.
È governata dai Campofregoso, prima alleati di Milano, poi di Genova, poi ancora di Milano. Nel 1468 seguono gli alessandrini Guasco, per conto degli Sforza. Nel 1528 Antonio Guasco cede definitivamente il territorio e il castello alla Repubblica di Genova, che li manterrà sino al 1799.
Il 1625 segna un anno di svolta per Gavi. I Savoia con l'appoggio francese muovono guerra contro Genova e il castello si trova a dover fronteggiare l'esercito del duca Carlo Emanuele I, affiancato da un cospicuo contingente francese.
I cannoni e le bombarde che lo assediano ne mettono in evidenza tutte le debolezze, infliggendo danni gravissimi alla struttura, tanto che il governatore genovese Alessandro Giustiniani deve arrendersi, seppur con l'inganno, al nemico.
La riconquista non tarda ad arrivare e così Genova, tornata in possesso del castello, decide di intraprendere una profonda riplasmazione e ne affida il progetto (1625-1629) al più affermato architetto militare dell'epoca, il frate domenicano Vincenzo da  Fiorenzuola (al secolo Gaspare Maculano), noto anche per essere stato uno degli inquisitori del processo a Galileo Galilei, che così scrive:

«et questo si potrà avere abbassando il vecchio con allargare le fronti verso le parti di San Gotardo et Monte Moro con le dovute difese, in modo che lo scoglio serva in buona parte per muro».
Dopo l'ammodernamento e le opere settecentesche progettate dal Primo Ingegnere delle Fortificazioni Giovan Pietro Morettini, il Forte di Gavi sostiene solamente due grandi assedi.
Il primo, durante l'ultima fase della guerra di successione austriaca (1746), quando viene assalito dalle truppe austriache e dopo una resistenza di dieci giorni si arrende per ordine di Genova, già capitolata.
Più lungo, e altrettanto infruttuoso, l'assedio condotto ancora dagli austriaci contro i francesi dall'autunno del 1799 al giugno del 1800, quando Napoleone Bonaparte, con la vittoria di Marengo, sconfigge l'Austria e riesce a liberare la guarnigione francese asserragliata per mesi nel Forte: forse per questo, cinque anni dopo, nel suo viaggio tra Milano e Genova, si ferma a Gavi soggiornando nell'attuale Palazzo Serra.
Nel 1815, con il congresso di Vienna, la Repubblica di Genova entra a far parte del regno di Sardegna, e così anche il Forte viene assegnato ai Savoia, perdendo il suo ruolo strategico, considerato che i nuovi fronti di guerra sono ormai orientati verso il fiume Ticino.
La fortezza viene stata trasformata nel Campo di prigionia N° 5 dell’esercito italiano, dedicato in particolare agli ufficiali britannici catturati in Nordafrica dal italo-tedesco agli ordini di Rommel.
Il Forte era considerato fra i campi più sicuri in assoluto, per questo vi furono rinchiusi prigionieri che avevano già tentato la fuga da altri campi di prigionia.
Tuttavia un solo soldato compie l'impresa impossibile e, alle 23 del 21 aprile 1943, il maggiore Jack Pringle — come racconta egli stesso nel libro Colditz last stop — riesce ad evedere.
Il maggiore si rende immediatamente conto di quanto il Forte non fosse un campo di prigionia come gli altri:
«Presto, ci è parso evidente che non c’era speranza di fuga. Era come se fossimo dentro una scatola di pietra. Non era paragonabile con Colditz (in Sassonia) dove fui ospite più tardi. Colditz era un castello con una architettura molto complicata che si prestava a piani ingegnosi per la fuga. Gavi, no».

Ed è proprio per l’impossibilità di fuggire più che per le condizioni di vita che il Forte, durante quel periodo, viene definito Hell Camp (Campo Inferno).

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CF 92028000062

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